Andrea Gaudenzi è stato uno dei tennisti italiani più forti degli anni ’90, ricordato soprattutto per la sua faccia pulita e per essere l’eroe di Davis. Questa è la sua storia.

Andrea Gaudenzi, esordio e carriera in singolare

Andrea Gaudenzi è nato a Faenza il 30 luglio del 1973 e da giovanissimo è stato uno dei tennisti più promettenti e quotati del circuito. Da junior, infatti, si aggiudica addirittura 2 slam: lo US Open, giocato sul cemento, e il Roland Garros, su terra rossa. L’italiano diventa in poco tempo numero uno ITF, guadagnandosi  l’onore delle cronache e un futuro da predestinato. Come molto spesso accade, però, il salto dalla categoria junior al mondo dei grandi dell’Atp è traumatico e Andrea Gaudenzi non fa eccezione.

I problemi arrivano subito e hanno un nome e un cognome: Bob Hewitt, un tennista che aveva giocato principalmente in doppio negli anni ’70 e che la federazione aveva indicato come l’allenatore giusto per il faentino. Con Hewitt i rapporti si fanno sempre più tesi, segno evidente di una totale incompatibilità caratteriale che rischia di ‘bruciare’ l’italiano dopo pochi mesi di permanenza tra i grandi.

Sul personaggio Hewitt, poi, è doveroso aprire una piccola ma necessaria parentesi. Nel 2015 il doppista verrà condannato a 8 anni di carcere per i reati di violenza sessuale e stupro, più una sostanziosa multa (ma nemmeno troppo) di 8.500,00 dollari. Il che ha poco a che fare con i rapporti tesi con Andrea Gaudenzi, è chiaro, ma ci fa inquadrare in ogni caso il personaggio Hewitt nella sua interezza. Ma torniamo al faentino.Andrea Gaudenzi

La carriera per Andrea Gaudenzi è stata buona, non c’è che dire, forse però un gradino sotto rispetto a quelle che erano le grandi aspettative su di lui. Alla fine per lui i titoli conquistati in bacheca saranno tre: Casablanca (il 29 marzo del 1998), St. Poelten (27 maggio 2001) e Bastad (15 luglio 2001). Tutti e tre i tornei erano su terra rossa.

In Marocco sconfigge lo spagnolo Alex Calatrava per 6-4, 5-7, 6-4, in Austria Markus Hipfl 6-0, 7-5 e in Svezia Bohdan Ulihrach 7-5, 6-3. A fronte di tre vittorie in singolare, però, vanno anche annoverate ben 6 sconfitte in finale: Stoccarda, Dubai, San Marino, Estoril, Bucarest e Kitzbuhel. Detta così potrebbe sembrare che Andrea Gaudenzi sia stato un ‘perdente di successo’ ma se andiamo a leggere i nomi degli avversari in finale c’è da rimanere con la bocca aperta. In ordine: Berasategui, Ferreira, due volte Muster, Fromberg e Albert Costa.

Andrea Gaudenzi, la Coppa Davis e le vittorie storiche

Oltre al singolare, però, Andrea Gaudenzi è anche ricordato per essere l’uomo-Davis, il tennista che trascinava la nostra Nazione praticamente da solo. La gara per cui verrà ricordato è, ovviamente, quella del 4 dicembre 1998 quando l’Italia si ritrova ad affrontare la Svezia in casa, al Forum d’Assago di Milano, contro la Svezia.

Tutte le nostre speranze sono riposte nel faentino e, infatti, è lui a scendere in campo per primo in singolare contro un allora giovanissimo Magnus Norman. La partita è splendida e Gaudenzi fa di tutto per vincere, gettando il cuore oltre l’ostacolo: il faentino porta lo svedese al quinto set dopo un epico 7-6, 6-7, 6-4, 3-6. Ma sul 6-6 e ancora in piena lotta, il tendine della spalla si rompe di netto nel bel mezzo di uno scambio. E’ la fine: Andrea Gaudenzi si ritira e la Svezia si porta sull’1-0.

Il resto sarà un vero e proprio dramma. Davide Sanguinetti perde contro Magnus Gustafsson (6-1, 6-4, 6-0), Nargiso e lo stesso Sanguinetti escono sconfitti nell’incontro con Jonas Bjorkman e Nicklas Kulti e Gianluca Pozzi cede il passo allo stesso Gustafsson (6-4, 6-2). L’unico punto dell’Italia, oramai inutile, si deve a Diego Nargiso che supera Magnus Norman per 6-2, 6-3.  Il risultato finale è impietoso: 4 a 1 per la Svezia.Andrea Gaudenzi

Due piccole curiosità sulla carriera del faentino. La prima è che Andrea Gaudenzi è stato uno dei pochissimi italiani a pregiarsi di aver sconfitto lo svizzero Roger Federer nella sua carriera. Il match storico è andato in scena agli Internazionali d’Italia del 2002, quando l’italiano surclassa Re Roger con un pesantissimo 6-4, 6-4. L’anno seguente, nel 2003, Federer, allora numero 11 del ranking, vincerà il suo primo Wimbledon.

Qualche giorno dopo, Gaudenzi scriverà ancora una volta la storia. L’italiano sarà l’ultimo tennista che Pete Sampras affronterà nell’Open di Francia, il Roland Garros; l’unico slam che ‘Pistol Pete’ non riuscirà mai a vincere, non portando così a compimento il career grand slam. Sulla sua tanto amata terra rossa Andrea Gaudenzi sconfiggerà l’americano con un sudatissimo 3-6, 6-4, 6-2, 7-6 che chiuderà per sempre i sogni di gloria dell’americano.

Dopo una carriera giocata sempre ad alti livelli (Andrea Gaudenzi ha avuto come best ranking il numero 18 raggiunto nel 1995), il faentino intorno ai 30 anni inizia a mollare da un punto di vista psicologico. Gli ultimi anni si snodano tra dolori fisici alla spalla e una tenuta mentale che si avvicina oramai a quella di un ex giocatore. E’ lo stesso italiano a raccontare quello stato d’animo:



 

“Mi ricordo distintamente della sensazione che provai a Kitzbuhel quando giocai contro Goellner: mi faceva piacere quando metteva a segno un punto. Purtroppo non avevo più alcuna voglia di vincere e capii che era arrivato il momento di appendere la racchetta al chiodo. Era il 2003, giocai l’ultimo torneo a San Marino.”

Andrea Gaudenzi e la scuola

A quel punto il faentino capisce che oramai il tennis è qualcosa che appartiene al passato. Quando è arrivato il momento di smettere gli atleti lo capiscono al volo: è una questione di sensazioni, di odori, di emozioni. Lo sport che per tanti anni si è praticato non coinvolge più e allora è meglio troncarla subito lì, evitando un doloroso declino.

Per un atleta quindi si apre un’altra fase della propria vita. Solitamente la maggior parte dei giocatori decide di continuare nel proprio ambito, diventando magari allenatori di qualche nuova promessa. Ma non Andrea Gaudenzi. Lui stesso spiega qual era stato il suo percorso da giovane:Andrea Gaudenzi

“Da piccolo ho sempre dato importanza al sistema scolastico. Quando mi allenavo assieme ad altri tennisti promettenti al centro tecnico federale di Riano Flaminio ero l’unico che andava al liceo scientifico pubblico e non studiava in forma privata. Devo essere sincero, però: se ho continuato gli studi dopo la scuola dell’obbligo lo devo ai miei genitori che mi hanno spinto in quella strada. Sono stati loro a spingermi a prendermi una laurea. E così mi sono iscritto alla facoltà di Giurisprudenza di Bologna, all’inizio per rinviare il più possibile il servizio militare. Poi ho continuato prendendomela comoda, dando due esami l’anno; dopo dieci anni mi sono finalmente laureato.”

Andrea Gaudenzi dopo il tennis

E così, con una laurea in tasca, a 30 anni Andrea Gaudenzi si ritrova a dover ricominciare da zero. Ma subito dopo il torneo di San Marino l’italiano è già pronto a ricominciare con un Master Business Administration alla International University di Monaco:



 

“Avevo già trent’anni, eppure la mattina mi alzavo come se fossi uno studente come tutti gli altri, col motorino e lo zaino sulla spalla. Rimanevo in classe otto ore al giorno. Il primo anno è stato durissimo perché mi sentivo svantaggiato in tutte le materie rispetto agli altri: economia, finanza, statistica e matematica. Era una sfida e le sfide mi sono sempre piaciute, così alla fine sono uscito con voti eccellenti e ho imparato tante cose che la Giurisprudenza non mi aveva insegnato.”

Il percorso è stato complicato e pieno di sfide ma adesso il faentino è un business-man e opera all’interno di una startups nel settore della tecnologia. Vive a Londra e ha la bellezza di tre figli. Ed è proprio per i figli e per il loro futuro che Gaudenzi è preoccupato:

Andrea Gaudenzi

Andrea Gaudenzi oggi

“Attualmente ho due figli che praticano il tennis e adesso mi rendo conto benissimo che per un ex atleta è davvero difficile integrarsi nel mondo del lavoro. Le problematiche sono principalmente due e appartengono a tutte le Nazioni tranne che agli Stati Uniti dove gli sportivi sono adeguatamente supportati dal sistema. Quando inizi hai 15-16 anni e viaggi tantissimo, per cui non hai il tempo materiale per studiare e la scuola dovrebbe cercare di facilitarti, non di crearti problemi.”

Poi Andrea Gaudenzi scivola nei ricordi personali:

“Quando smetti è difficile tornare alla realtà. Quando giochi e hai raggiunto certi risultati, sei riconosciuto per strada, coccolato, hai la Mercedes che ti viene a prendere appositamente sotto l’hotel a cinque stelle… a quel punto è dura perché devi ricominciare completamente da zero. I primi 3-4 anni della mia vita dopo il tennis sono stati veramente duri e ho fatto una fatica incredibile ad integrarmi. E’ stato un bagno d’umiltà enorme. Forse nel calcio le cose stanno diversamente perché è un sistema più vasto, ci sono tante squadre e organismi e quindi esistono tantissime possibilità per riciclarsi nello stesso modo. Il tennis è un ambiente molto più ristretto e le possibilità sono minori. Di conseguenza i figli è meglio che pensino prima alla scuola e dopo allo sport. Giocare a tennis è meraviglioso, ma non è tutta la vita. Una volta che è finito, ne inizia un’altra molto più insidiosa e difficile.”

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Laureato in Lettere e Filosofia presso l'Università degli Studi Roma TRE, Giornalista Pubblicista presso l'Ordine dei Giornalisti del Lazio.La banana di Chang, le bottigliette di Nadal, i passetti di Agassi e la lingua di Sampras. Ma, soprattutto, il naso a patata di Federer.